L’economia della passione: il consumatore diventa imprenditore

Il lavoro costante, con le sveglie all’alba e i pomeriggi che si dilatano fino alla sera, porta al successo. Innegabilmente, questo concetto fa parte della nostra cultura. E si ripensa al mito di Sisifo, alla fatica fine a se stessa, ai mesi e agli anni trascorsi nell’anonima routine produttiva.

Molti nuovi imprenditori, professionisti, commercianti giustificherebbero questo tributo di fatica alla necessità di avviare una nuova attività o rilanciarne una stantia. Ma la pandemia del COVID-19 ha costretto tutti a fermarci. Ci ha dato il tempo e lo spazio per riflettere e valutare il nostro lavoro: com’è e come potrebbe essere? E’ possibile dare la priorità a qualcosa di diverso dalla produttività?

Certamente, in un passato recente, queste domande sarebbero rimaste confinate nel lato oscuro delle nostre riflessioni, capricci mentali da bandire rapidamente e sacrificare al dio dell’efficienza. Ma i cambiamenti culturali ed economici che abbiamo vissuto negli ultimi anni, hanno fornito una alternativa: l’economia della passione. La “Passion Economy”, o “Creator Economy” come la battezzò Li Jin, promette un nuovo modo di lavorare e di essere l’antidoto alla cultura del “lavora-fatica-e-scoppia”.

Un nuovo modo di lavorare?

“Mentre in precedenza, i grandi mercati del lavoro online appiattivano l’individualità dei lavoratori, le nuove piattaforme consentono a chiunque di monetizzare competenze uniche”, ha scritto Li Jin, che ha coniato il termine. All’interno dell’economia della passione, le persone trasformano le loro passioni in mezzi di sussistenza. Giocano ai videogiochi, scrivono storie e condividono risorse educative.

E mettiamo subito le cose in chiaro: non stiamo parlando di lavoretti saltuari fatti per arrotondare. Kayla Sims, detta Lilsimsie, intrattiene centinaia di migliaia di persone giocando ai videogiochi, il più delle volte The Sims 4. Solo su YouTube, i suoi video hanno accumulato più di 300 milioni di visualizzazioni.

Il musicista Hrishikesh Hirway dedica il suo tempo alla registrazione di podcast intorno ai suoi interessi: musica, cucina, relazioni e la serie “The West Wing”. Nella sua serie Song Exploder, dove intervista musicisti sul loro processo creativo, ha ospitato una gamma eclettica di artisti, tra cui Billie Eilish, Bon Iver e Metallica. Il suo successo ha persino generato uno spin-off di Netflix.

Ancora, attraverso la sua newsletter settimanale “Maybe Baby“, la scrittrice Haley Nahman affronta sentimenti “difficili da descrivere”, attirando centinaia di migliaia di lettori.

Sims, Hirway e Nahman sono solo tre dei primi sostenitori dell’economia della passione. Decine di giornalisti e scrittori hanno abbandonato redazioni prestigiose come il New York Times, il Washington Post o il Guardian, per dedicarsi alla loro newsletter personale, pagata dai lettori abbonati, e scrivere solo di ciò che li appassiona. Queste storie fanno parte di una tendenza più ampia che Jin ha chiamato “imprenditorializzazione del consumatore”.

“Nuovi strumenti online sono nati pensando prioritariamente ai consumatori. Questo perchè i consumatori di oggi aspirano ad essere gli imprenditori di domani. Ho chiamato questo processo imprenditorializzazione del consumatore”, dice Li Jin.

Questi “rivoluzionari” segnano un punto di rottura con quello che Adam Davidson, autore di The Passion Economy, ha soprannominato l’economia dei widget, il modello economico in cui lavoro e produzione sono diventate commodity.

“L’idea centrale è in contrasto con quella che io chiamo l’economia dei widget del ventesimo secolo. Nel ventesimo secolo, le metriche di successo sono esterne. Se pensate allo sviluppo della società moderna, al lavoro e al percorso di carriera, molti segnali suggeriscono alle persone di sbarazzarsi di tutto ciò che li allontana dal modello di un lavoratore produttivo e impongono di adottare tali metriche esterne. Molta letteratura accademica, e non solo, parla di sopprimere la propria natura per il bene del lavoro. L’idea che questa [nuova] economia premi o possa premiare il contrario, che si possa guardare verso l’interno e trovare o sviluppare quelle cose che ti coinvolgono veramente, e in particolare quelle cose che ti rendono diverso dalle altre persone, questa è una nuova prospettiva”, dice Davidson.

“Hai bisogno di avere una passione, hai bisogno di qualcosa che sia davvero auto-motivante, qualcosa di unico, che probabilmente nessun altro può fare”, afferma Davidson. “Ma poi è necessario abbinarlo al mercato, connetterlo a persone che sono disposte a pagare per quello che sai fare. Ecco perchè si può vedere [la passion economiy] come un processo che va dall’interno del nostro essere verso l’esterno”.

Per molti anni, l’economia della passione non è stata praticabile dall’utente medio. Se volevi un sito web per ospitare le tue lezioni online o un negozio e-commerce per la tua nuova attività, dovevi trovare un professionista e pagare molti soldi.

Ma le nuove tecnologie sono adesso nelle mani dell’individuo. Strumenti per la facile creazione di siti web (Wix, Weebly), portali e-commerce self-service (Shopify), strumenti di produzione audio e video (Vimeo), piattaforme di distribuzione che facilitano la vendita dei prodotti creativi e la gestione di community (Patreon, Podia, Tribe): tutto questo ha arricchito il “consumatore-creatore” e gli ha permesso di monetizzare la sua passione.

La pandemia ha ulteriormente accelerato questo processo. “Molte più persone stanno diventando imprenditori”, afferma Jin. “Le persone licenziate stanno diventando imprenditori. Le persone sedute a casa, che hanno avuto una crisi esistenziale e rivalutano le loro vite stanno diventando imprenditori. Le persone che si trovano in una situazione di necessità finanziaria stanno prendendo l’iniziativa e si iscrivono a queste nuove piattaforme cercando di capire come possono generare un po’ di reddito extra; e per alcune di esse questa diventa la fonte principale di reddito”.

Riconcepire l’autostima

La matematica apparentemente al centro della cultura del lavoro non appagante sembra lineare: se lavori otto ore, otterrai il doppio di quanto se ne lavoravi quattro. Ma chiunque abbia lavorato dall’alba al tramonto per un lungo periodo, sa che la correlazione tra ore lavorate e risultato non regge.

Numerosi studi hanno dimostrato che la produttività diminuisce bruscamente una volta che si lavora più di 50 ore alla settimana. Quando ti avventuri oltre la limite delle 55 ore, la perdita di produttività è così grande che faresti meglio a non lavorare le ore extra. In altre parole, probabilmente otterrai di più in 40 ore rispetto a 60.

Senza alcun beneficio tangibile attribuibile al lavoro estremo, è difficile spiegare perché la “cultura della fatica” lo valorizzi così tanto. Aidan Harper, un ricercatore di economia presso la New Economics Foundation, ha detto al New York Times che questo potrebbe essere dovuto al nostro concetto di autostima.

“Crea l’assunto che l’unico valore che abbiamo come esseri umani è la nostra capacità di produttività: la nostra capacità di lavorare, piuttosto che la nostra umanità”, ha detto. La maggior parte delle persone lega la propria identità e valore al proprio cartellino orario. Lavorare di più significa che valiamo di più come persone”.

Peggio ancora, coltivando una mentalità in cui ogni secondo di veglia deve essere dedicato alle attività generatrici di entrate, la cultura della fatica distorce il modo in cui pensiamo al nostro sviluppo personale. Essa dice, se hai intenzione di avere un hobby, un interesse o una passione, deve portare alla monetizzazione. Altrimenti, qual è il suo scopo? L’autorealizzazione e l’autonomia lasciano il posto al denaro.

Ma l’economia della passione offre una prospettiva diversa. Come ha scritto Davidson: “Il tuo lavoro non dovrebbe essere la tua vita, ma la tua vita può essere il tuo lavoro.” Questo nuovo modello economico sembra consentire alle persone di costruire nuove opportunità in base alle loro abilità, talenti e prospettive uniche.

Invece di misurare il valore in ore e minuti, le persone possono abbracciare il lavoro che porta loro gioia. Invece di bloccare le persone in un eterno ciclo di lavoro predefinito, l’economia della passione offre libertà.

E un recentissimo articolo del New York Times, Welcome to the YOLO Economy, riprende e spiega questa rivoluzione.

“Sta succedendo qualcosa di strano ai giovani esausti lavoratori americani. Dopo un anno trascorso ranicchiati sui loro MacBook, sopportando zoom back-to-back tra il pane a lievitazione naturale e biciclette Peloton, stanno capovolgendo la scacchiera accuratamente predisposta della loro vita e decidendo di rischiare tutto. Alcuni stanno abbandonando un lavoro comodo e stabile per avviare una nuova attività, uscire da quel trambusto per entrare in una passione a tempo pieno o lavorare su quella sceneggiatura mai completata. Altri stanno ribellandosi ai loro capi e minacciano di smettere a meno che non siano autorizzati a lavorare dove e quando vogliono…Se questo movimento ha un grido di protesta, è “YOLO” – “si vive solo una volta”, acronimo reso popolare dal rapper Drake dieci anni fa e da allora messo in pratica da allegri risk-taker”.

Antidoto alla cieca fatica

“Meno fatica, più flusso”, scrive Omar Itani. “Meno fretta, più ritmica cadenza. Meno critiche, più compassione. Meno ricerca di espedienti per andare avanti, ma un lavoro più intenzionale. Meno insensatezza, più consapevolezza. Questi sono i segreti della vita semplice, buona e ben vissuta”.

Forse queste parole vi sono familiari. Forse, nel corso dell’ultimo anno, avete sentito il desiderio di essere più partecipi e coinvolti dal tipo di lavoro che fate? Forse desiderate una vita più semplice e ben vissuta?

Forse mai momento migliore vi è stato per porsi queste domande. La pandemia ha sconvolto tutto ciò che ritenevamo permanente e immutabile. Tenuto conto dell’ascesa dell’economia della passione e del futuro ritorno alla “normalità”, ora potrebbe essere il momento del cambiamento.

Possiamo decidere di ripartire dai vecchi pilastri, dai valori socialmente integrati legati alle ore di produzione. Ma se, invece, ricostruissimo la nostra cultura lavorativa in modo nuovo? E se cominciassimo a dare la priorità alla felicità rispetto alla produttività?

Photo by Helena Lopes on Unsplash

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